Claudio Zambianchi poesie verticali vallicelliana 2009

 In Testi Critici

Atlante spitituale

Il libro Poesie Verticali, che raccoglie testi poetici di Maria Luisa Spaziani e incisioni di Marina Bindella, è concepito e composto da Alessandro Zanella, tipografo nel senso antico e alto del termine. Verticali, metaforicamente, sono i versi: la dimensione evocata è infatti quella spirituale, talora religiosa in senso proprio, che trapela dai versi di Maria Luisa Spaziani. Il libro, tuttavia, non è verticale se non quando è chiuso: ad aprirlo, sfogliarlo, spiegarlo, guardarlo e leggerlo si comprende in fretta che l’attento gioco di piegature ha condotto alla fabbricazione di un volume dove i rapporti formali sono in continua metamorfosi: ad esempio una pagina, singola o doppia, a prima vista autosufficiente, può, spiegando il foglio estendersi in larghezza secondo una concezione mutuata dagli antichi atlanti. In questo “atlante spirituale” qual è il rapporto fra parola e immagine? Specialmente nella prima parte del libro sembra avvertirsi una tensione fra il segno delle incisioni di Marina Bindella, che dà vita a neri molto intensi e sembra quindi dotato di una sua forte “terrestrità” e il carattere più rarefatto dei testi; un effetto che invece si stempera nella seconda parte del volume, dove il segno acquista un carattere più leggero, atmosferico. L’arte di Marina Bindella, trova una importante radice nell’astrattismo degli inizi del ‘900, che attribuisce al segno, alla sua dimensione, direzione, colore e tono, la facoltà di esprimere le emozioni, le idee e i concetti, non passando attraverso la mediazione di figure e oggetti, allegorici o simbolici, dedotti dall’apparenza del mondo fenomenico. È quindi nella struttura stessa dell’immagine che si incontrano l’immaterialità del senso e la materialità del segno: e anzi debbono incontrarsi affinché la composizione astratta non sia (come Kandinskij teme ancora ne Lo Spirituale nell’arte) un mero esercizio decorativo.

Si sarà quindi compreso che in Poesie Verticali il racconto non è trasmesso unicamente dai versi, dal testo scritto, ma anche e soprattutto dall’intreccio fra parole e figure: è il primo dei due felici paradossi su cui mi sembra vivere questo volume. In altre parole, è il libro stesso, nella sua materialità, a presentarsi come “testo”, che eccede la somma delle parole e delle immagini, pur restando un libro, prodotto tipograficamente in un limitato numero di esemplari (non, quindi, un libro-oggetto d’artista, in copia unica o quasi).

Ciò che incontriamo nel libro è, quindi, una storia, ancorché astratta, narrata dalla sua struttura. Ha inizio in verticale, ma subito si allarga a trittico mediante pagine ripiegate, e mantiene questo ritmo di uno sfoglio doppio, che diventa triplo in serrata continuità sino alla grande immagine centrale, un polittico a quattro facce, ciascuna stampata a due lastre con due blu diversi, entrambi profondi e vellutati, unite a formare un motivo continuo, increspato, si direbbe acquatico, ma anche memore, forse, dei sette veli cui è dedicato il testo della Spaziani che fronteggia l’ultima bandella del polittico. Da questo punto in avanti il ritmo cambia, le immagini si fanno più lievi; lo si è detto, mentre nella parte precedente quasi lottavano con i blocchetti di testo, assumono ora una maggiore ariosità: prima vi è un’immagine affrontata a un testo poetico, poi un grande sfoglio a quattro comparti dove si dispongono altrettanti testi poetici, con, nel registro inferiore un’immagine labile, più bianca che nera: la porzione superiore di una circonferenza, quasi immateriale, ottenuta scavando i bianchi a fondo, una forma aperta a raggiera anziché chiusa da un perimetro. La serie delle incisioni termina in un’immagine realizzata anch’essa dando ampio spazio ai bianchi e lasciando che nella zona centrale si addensi un nero, che ha tuttavia la trasparenza di un’ombra.

Il ritmo così variabile con cui si susseguono le pagine del libro, la mobilità con cui dialogano parole e immagini introduce all’altro paradosso creativo: per il loro consistere in un luogo preciso del volume, i testi poetici vivono nello spazio, piuttosto che nel tempo; e viceversa, per la continua possibilità di movimento, per il loro estendersi o contrarsi le immagini vivono nel tempo.

In fondo un libro illustrato nasce per essere letto e guardato: nessuno stupore se a volte il lettore e il riguardante si scambiano le parti.

Claudio Zambianchi

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