Arianna Mercanti PTV presentazione installazione 2013

 In Testi Critici

Marina Bindella – Partitura d’acqua, Partitura d’aria

Pensando ad un’opera da installare in uno spazio, ampio per dimensioni e altezza, immaginiamo subito, per contrasto, la presenza di un oggetto che con le sue forme e il suo peso possa diventare un punto di assorbimento del vuoto. La terza dimensione, la presenza della materia che dà spessore all’aria è destinata a rilanciare la sua sfida, ingombrando il luogo a dismisura o sottraendosi in corpi sottili. Viceversa, differentemente dall’oggettualità delle tre dimensioni, un altro possibile e consueto linguaggio atto ad ‘interpretare’ un luogo, a dialogare con esso, consiste nella smaterializzazione dell’opera in fasci di luce (come laser e neon) o in proiezioni video. L’assenza fisica dell’oggetto, la cromia digitale, la presenza o meno di suoni, invadono l’ambiente trasformandolo in un luogo ‘altro’, diverso dalla staticità con cui si presentava inizialmente e capovolto in una nuova scenografia visiva.
Marina Bindella, invece, progettando e poi realizzando Partitura d’acqua e Partitura d’aria sceglie le due dimensioni di una superficie colorata. Anzi dà forma a più quadrati monocromi che dialogano l’un l’altro, ricostruendo l’unità cromatica e spaziale di due insiemi. Il luogo in cui agisce ha un ruolo (è una sala ristorazione), ha dei fruitori inconsapevoli (tra cui studenti e personale sanitario), ha dei ritmi (è frequentata soprattutto in alcune ore della giornata) e dei limiti imposti dall’uso (come la dislocazione dei tavoli, la luce direzionata a seconda delle zone e così via). E’ dunque un luogo in cui è la funzione, e non l’opera, a dettare la costruzione e distribuzione dello spazio. Ma è in questi scarti, quasi delle sfide, in quella capacità dell’opera d’arte di piegare e richiamare a sé quanto la circonda, che Marina interviene, progettando su una base di assoluto rigore – una griglia di forme quadrate disposte alla medesima distanza l’una dall’altra – una assoluta variazione di luce cromatica e segnica.
Per Partitura d’acqua sceglie il verde, per Partitura d’aria il blu, entrambi nell’intensa tonalità di Prussia, ma la monocromia inganna. L’artista lavora, infatti, in profondità: prepara strati di colore che sovrappone l’un l’altro sul supporto. Poi il processo si capovolge: Marina inizia ‘a togliere’, a sottrarre, raschiando via la materia con strumenti sottili, quasi chirurgici (coltelli e bisturi). Questa operazione ‘per via di levare’, lenta e meditata, non serve, o non serve solamente, a scoprire il colore sottostante, ma a creare segni tersi e mutevoli che interagendo tra loro e con quelli sottostanti intrappolano la luce, aprendola a rifrazioni che sembrano mutare al muoversi del nostro sguardo. A questo duplice intervento – di sovrapposizione e di sottrazione – l’artista aggiunge, in alcuni casi, dei nuovi tracciati, scuri come la saturazione dello sfondo, che stende con un pennello sottile. Linea dopo linea, il gesto additivo fonde i diversi strati di lavorazione conferendo una nuova unità visiva alle forme e reinventandole in nuovi bilanciamenti spaziali.
L’immagine nel suo insieme non è, dunque, rigidamente programmata dall’inizio: la struttura interna si definisce attraverso scelte, ripensamenti, ipotesi suscettibili di variazioni fino a quando i diversi elementi – il segno, la luce, il colore – si fondono l’uno nell’altro e raggiungono un’unità interna. Sul dinamismo inquieto dello sfondo sembrano affiorare alfabeti sconosciuti nati da impulsi dinamici di scritture rapide e incisive o cristallizzati in frammenti curvilinei. I simboli si distanziano dalla loro riconoscibilità, la connessione tra l’involucro e il suo significato si perde, e i segni, svincolati da una carica soggettiva, dalle accentuazioni espressive, creano sottili e misteriosi contrappunti di forme, danno vita a costellazioni di luce. La traccia iniziale, ripetuta e diversa, non si riduce a repertorio di variabili: il senso risiede, infatti, nei rapporti, nelle relazioni tra le immagini, nello spazio che si destruttura prospetticamente per sostituire, alla focalizzazione dominante, una moltiplicazione dei centri. Si innesca così una sospensione tra la realtà esterna e la realtà dell’opera, ma senza l’abbandono della sensazione. Il mondo sia esso ‘terrestre’ o ‘acqueo’ o ‘celeste’ si distanzia dall’aspetto enunciativo per rielaborare una propria partitura fatta di nuovi, possibili significati in cui possiamo individuare rapporti, opposizioni e corrispondenze e dove le forme si sovrappongono o si compenetrano in un alone evocativo che le cattura in una sorta di rêverie.
E in questa dialettica, tra profondità e superficie, si instaura il dialogo tra il supporto materiale e l’entità dell’immagine: l’opera entra, così, nello spazio esterno, creando un al di qua, un senso immateriale di invasione e compenetrazione che intrappola l’occhio nello stupore, ci coinvolge nel dinamismo della percezione. La visione d’insieme delle Partiture ci consente di cogliere l’andamento di traiettorie visive tra loro diverse: lo sguardo può rintracciare dei percorsi verticali, orizzontali, obliqui, può ravvisare aloni e riverberi, può fermarsi in griglie geometriche o proseguire in moti curvilinei, può intravedere immagini nei singoli riquadri o percepire un unico movimento scorrere da un’unità all’altra, consentendoci, al contempo, di scovare iconografie prive di una figurazione riconoscibile, ma evocative di un mondo primigenio.
Lontane memorie di avanguardie storiche (il Balla delle Compenetrazioni iridescenti), di astrattismo ‘orfico’ (tra cui i Plans verticaux di Kupka) sembrano unirsi, se ci spostiamo rapidamente in avanti, alle più recenti possibilità di un wall drawing di invadere, con esili e sottili segni di grafite, lo spazio che racchiude.
E potremmo proseguire oltre, ravvisando altre ‘storie dell’arte’ e ricostruire il percorso di Marina. Un percorso che non a caso si forma tra il bianco e nero della xilografia, nasce dall’idea del segno come ‘cellula’ prima di aggregazione dell’immagine, per giungere ad una cromia fatta non di stesure o di campi accostati in pattern visivi, ma rielaborata dalle piccole tracce scoperte dallo strumento, dalla loro rifrazione nella luce. Un’identità pittorica filtrata da un lavorio costante e meditato, reinventata nelle armonie spaziali di spartititi terresti e celesti che liberano la percezione dal dato sensoriale, che ci conducono nel mondo delle immagini rappreso nella memoria ed elaborato dalla coscienza.

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