Jolanda Covre – MLAC 2015

 In Testi Critici

Un incontro con Marina Bindella

L’idea del trascorrere del tempo nel processo di creazione dell’immagine, esplicita nei lavori più recenti di Marina Bindella, mi era già parsa implicita in tutta la sua ricerca. In realtà ogni opera d’arte richiede tempo tanto nella genesi quanto nella fruizione. Non si può distinguere, come intendeva Lessing, tra arti dello spazio e arti del tempo, essendo inconcepibile un tempo al di fuori dello spazio e viceversa; ci sarà un tempo per percorrere uno spazio architettonico, una forma plastica o la superficie di un quadro, come esiste uno spazio, quello dello spartito o della pagina scritta, nella struttura di un brano musicale o di un’opera letteraria: spartito e pagina scritta su cui ritornerò tra poco. Ma nel procedimento di Marina possiamo cogliere un nesso spazio-temporale in un senso più specifico, una tensione particolare tra il tempo dell’esecuzione e la finitezza dell’immagine.

Ci troviamo di fronte ad un suo lavoro. Percepiamo una forma, evocata da un contrasto di luce ed oscurità, di bianco e nero, di un blu più o meno profondo o di un giallo più o meno irradiante; avvertiamo che il contrasto si espande secondo una o più direttrici, si dipana da un asse centrale o da una fonte asimmetrica, si frammenta in particelle o in percorsi lineari per poi riassemblarsi entro i confini del supporto. Ma se poi continuiamo ad osservare riusciamo a rintracciare una miriade di segni, o una sottile differenziazione di toni più caldi e più freddi, vibrazioni di blu, ad esempio, ottenute dall’intreccio di tratti di una tonalità lievemente diversa. Un lavoro lunghissimo si dispiega dalla forma inizialmente percepita; ci sollecita ad un esame più lento per rintracciarne l’esistenza; ci consente infine di distendere la nostra tensione percettiva, nuovamente, in una visione di insieme.
Questi ritmi frazionati svolgono un ruolo essenziale nell’attrazione suscitata dall’immagine: all’intuizione segue la lentezza della scrittura, e poi di nuovo la rapida leggerezza dell’idea. Scrittura, appunto. Senza righello e senza compasso i tratti si dispongono in percorsi a segmenti di rette e di curve, come lettere, parole, frasi appartenenti all’alfabeto e alla sintassi di un linguaggio puramente pittorico, o come note e frasi musicali. Ma non è una scrittura meccanica e unidirezionale. Come può darsi nella calligrafia, o in un pentagramma vettoriale, i caratteri possono distendersi a nastro, o sovrapporsi l’un l’altro in trasparenza, o quasi sparire in un pulviscolo.

Il ruolo della manualità nell’intera realizzazione, e soprattutto nella fase intermedia della scrittura, si può verificare dalla sperimentazione continua delle tecniche più sofisticate. Le tecniche usate da Marina implicano comunque l’esatto contrario della velocità di esecuzione di tante esperienze contemporanee, come lento è anche il passaggio da un progetto embrionale ai successivi livelli di realizzazione. Qui si può avanzare anche un’altra considerazione sul valore speciale del “suo” tempo. Sfogliando i suoi taccuini, vediamo come molti disegni siano riconducibili ad uno stesso pattern, sviluppato più volte, e consentano di rintracciare le variazioni sul tema, poi risolte nelle “trasformazioni” che distinguono la produzione più recente. E vi leggerei la ricorrente allusione ad una frattura, o ad una voragine nera o bianca, come l’attimo che intercorre tra l’immagine trascorsa e quella riemergente.

L’esperienza del tempo interno ai processi del segno è ora in una più chiara consapevolezza che la struttura complessiva di ogni lavoro comprende una serie di “passaggi” verso il congedo da un’immagine apparentemente conclusa. Ma è proprio questo congedo dall’immagine che viene ora messo in discussione, poiché ogni conclusione si apre ad un nuovo processo di germinazione; non molto diversamente da come, nei tre o quattro tempi di una sonata o di una sinfonia, l’accordo finale è seguito dalla ripresa nel brano successivo, orchestrata in un tempo diverso.
Molti lavori in sequenza evocano anche un ricordo e al tempo stesso una presa di distanza dal linguaggio filmico astratto, con cui si potrebbe ipotizzare un confronto volto unicamente ad indagare nello specifico del proprio linguaggio; poiché qui è invece la mano, come sempre, l’organo che regge gli strumenti. Né ci deve ingannare la suggestione di ipotetici modelli di fantastiche galassie, nel percorso di un’artista che ha sempre sfiorato, e poi allontanato, ogni referenza oggettiva. Piuttosto, l’associazione con una tematica cosmica, cui siamo tentati, rafforza l’idea di una sorta di dilatazione del tempo, dove ogni fine coincide con un inizio; dove anche dalla nostra terra un giorno, dalle sue tante fratture e ferite, nasceranno entità nuove.

Jolanda Nigro Covre

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