Ilaria Schiaffini – MLAC 2015

 In Testi Critici

Finis terrae

Sono ormai diversi anni che Marina ha cominciato a trasferire principi operativi della xilografia, strumento elettivo nel suo percorso, ad altre tecniche artistiche: il disegno a china, l’acquarello, infine la pittura su tavola. Un aspetto del metodo incisorio è però rimasto centrale in tutti i suoi lavori: la necessità di immaginare in anticipo gli effetti della sovrapposizione dei segni, che siano resi togliendo materia o viceversa aggiungendo pigmento. Per quanto il risultato si possa prevedere, la costruzione progressiva dell’immagine comporta, tuttavia, sempre un’assaporata incoscienza dell’effetto finale, un senso di sospensione che si scioglierà solo alla fine di un percorso lungo e faticoso, costruito passo dopo passo, linea su linea. È un lavoro ‘a testa bassa’, chino sulla tavola e dimentico delle ore trascorse, al termine del quale lo sguardo d’insieme potrà sorprendersi nel cogliere d’un colpo il prezioso distillato. Un po’ come in un’arrampicata in montagna, dove il progressivo superamento di ostacoli o strapiombi, la lenta conquista di una parete dopo l’altra trovano pieno appagamento al culmine della vetta, quando si apre una veduta sconfinata e sempre stupefacente.

Tempo lento e colpo d’occhio dialogano da sempre nel lavoro di Marina; potremmo parlare anche di sviluppo e durata, di sequenza e simultaneità. Su questa relazione ha cominciato a riflettere in maniera più evidente dal 2012, con le grandi composizioni modulari presentate nella Sala Ristorazione del Policlinico di Tor Vergata e nella mostra Corpi celesti alla Galleria Porta Latina di Roma. Lì alcune serie di tavole colorate scandivano l’unità di misura di una polifonia di segni luminosi intonati ora al blu, ora al giallo. Le “partiture”, come l’artista le ha definite, ricomponevano frammenti di visione, vedute parziali offerte come testimonianza di tempi diversi della percezione, ovvero istanti bloccati di traiettorie planetarie. L’opera finale proponeva così un’articolazione simultanea non solo di tempi ma anche di spazi diversi.

Nei lavori concepiti per la mostra al Museo Laboratorio di Arte Contemporanea della Sapienza Marina riflette più intensamente sullo scorrere del tempo. Diversi lavori sono concepiti, infatti, in forma di dittici, trittici o quadrittici. Cronologia sembra quasi proporre una sequenza cinematografica, dove su uno sfondo, ripetuto assai similmente nei quattro quadri, transitano lentamente e si sovrappongono superfici di tessiture variate, piani di diversa inclinazione che squadernano dimensioni spaziali inedite. In Teorema, invece, la forma lanceolata di dimensioni e tessiture variate sembra avvicinarsi e allontanarsi dal nostro sguardo, mentre i quadrangoli di Transito sfilano rapidamente verso l’alto e verso il basso o si allontanano e si invertono di tono, come in un negativo fotografico che dilegua la forma in un tempo indefinitamente remoto.

Cosa succede quando una forma si ripete? Rimane identica a se stessa o inevitabilmente si modifica per il fatto stesso che, bergsonianamente, l’ora non è più l’istante appena trascorso? Su queste domande sembra interrogarsi Marina, sorretta da lucidità di indagine e partecipazione dolente all’impermanenza delle cose, spettatrice sensibile del disfacimento della forma e paziente rammendatrice di nuove configurazioni. La necessità di ripetere forme consuete si scontra con la loro rarefazione: sfere, piani orbitali o asciugati schemi naturalistici affiorano in superficie, per poi arretrare dietro pareti di segni che ne attutiscono i profili e ne sbiadiscono la vividezza. Le immagini si allontanano nella memoria, si offuscano e sembrano sfuggire alla presa del ricordo, sepolte dalla densa coltre del tempo che passa.

Altre volte, invece, la somma delle parti è finalizzata alla lettura complessiva dell’immagine, come in Finis terrae, l’imponente xilografia che dà il titolo alla mostra. Sei stampe accostate su un unico foglio ricompongono una serie di intrecci di fasci lineari, che si addensano in una zona oscura al centro per rarefarsi, quasi polverizzati, nelle parti superiore e inferiore. I confini, ben visibili, tra le diverse matrici testimoniano di un tempo discontinuo, fatto di lacerti di esperienza che stentano a ricomporsi in unità, quasi fossero pagine di un libro distese e dispiegate nella ricerca di un’armonia complessiva. D’altra parte, da un punto di vista ideativo Finis terrae sembra avere il suo precedente più prossimo proprio in Metro quadrato (2013), reinvenzione personale della forma-libro che si basava sull’applicazione xilografica del procedimento modulare. I fasci lineari di Finis terrae, impiegati anche in altri lavori come Fratture, aggiungono un tassello ulteriore al campionario di segni già esplorati dall’artista: essi si presentano come tessuti tirati fino allo spasmo, quasi fibre muscolari innestate l’una sull’altra che piegano lo spazio in piani divaricati e in reciproca collisione, in alcuni casi iconograficamente condensata nell’evocazione di crepe o ferite telluriche.

In Finis terrae sembrerebbe che una sorta di mare tempestoso e privo di coordinate spaziali opponga un’irrevocabile opacità all’emozione vibratile di trasparenze luminose, altre volte così suadentemente orchestrate. Ogni tentativo di penetrazione visiva si scontra con l’offuscamento della nitidezza, mentre la ricerca di possibili evocazioni naturalistiche si infrange contro una parete di trame simmetricamente architettata. La luce, con la quale Marina ha saputo declinare pulviscoli impalpabili e virtualmente percorribili, fa ora corpo con una sostanza densa e impenetrabile, incarna ruvidezze e bagliori dalla consistenza quasi tattile, dove lo sguardo sembra procedere a tentoni nell’oscurità. E’ l’oscurità che ci aspetta alla fine della terra? Non è forse un caso che Finis terrae sia molto vicino a Finsternis, che in tedesco significa tenebre: uno dei titoli possibili immaginati da Marina per questo lavoro.

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