Gabriele Simongini – MLAC 2015

 In Testi Critici

Tessendo la luce

“Il pittore vive così vicino al rivelarsi del mondo
mediante la luce, che gli è impossibile
non partecipare con tutto il suo essere
all’incessante rinascita dell’universo”.
Gaston Bachelard

Per Giuseppe Ungaretti la poesia era “salvezza, luce, grazia”. E pochi poeti hanno innervato quanto lui i propri componimenti di colori luminosi e di segni salvifici. Così, mutatis mutandis e fatte le debite proporzioni, due suoi versi in particolare possono tornare alla mente proprio contemplando le opere di Marina Bindella: “La luce che ci punge/ E’ un filo sempre più sottile” (da La Pietà, 1928, in “Sentimento del Tempo”). E andando più a fondo nello studio dei lavori di Marina si accendono nuovamente e pur autonomamente le illuminazioni di un bellissimo testo di Ungaretti intitolato “La risata dello Dginn Rull” (da “Il deserto e dopo”, 1931-1934). Anche qui è protagonista assoluta la luce con una significativa apparizione dell’ “ombra ladra” o “ombra libera”, con una felice intuizione ungarettiana. La spiccata sensibilità cromatica e luminosa del poeta sembra quasi commentare un lavoro di Marina: “Le fini ondulazioni della sabbia anch’esse sono naufragate nella fitta trama dei raggi che battono uguali da tutte le parti. Non c’è più né cielo, né terra. Tutto ha un rovente ed uguale color giallo grigio, nel quale vi muovete a stento, ma come dentro a una nube”; “…ombra ladra. Non sembra aderire a nulla, è staccata, e potrebbe chiamarla anche, chi ami i bisticci: ombra libera”; “Se fisso quell’ombra, a poco a poco essa si concentra, è il nucleo del quadro fra grandi frange di luce brulicanti”.
Ecco, le opere pittoriche e incisorie di Marina Bindella vanno guardate con animo di poeta, sono scintillazioni piene di intimità trepidante ma anche di un’universalità corale e aperta al mondo. La sua concezione atomistica dell’atto creativo – erede per certi aspetti della linea “tecnica” che da Segantini, Previati e Pellizza da Volpedo arriva a Balla e Boccioni e poi a Dorazio, solo per fare alcuni nomi – è fatta di schegge di luce distese in un insieme armonico e vibrante. Ne sono protagoniste una tessitura e una connessione segnica che implicano una durata temporale in senso bergsoniano, intesa come una molteplicità di momenti che danno vita ad un continuum dinamico. Il ritmico sommovimento cosmico che scorre in molte opere della Bindella è però parallelo a quello dell’io interiore, in cui, come ha scritto il filosofo francese, è ravvisabile “un flusso continuo, una successione di stati, ciascuno dei quali preannuncia quello che segue e contiene quello che lo precede”. La sfida che sta a cuore a Marina è quella di dar vita ad immagini che non visualizzano più soltanto l’apparenza della fluidità vitale del mondo dei sensi, ma che intendono invece ordinare quest’ultimo in sistemi percettivi di segni, di colori e di forze, nei quali al concetto consueto di “verosimile” si sostituisce quello di “struttura”. Ecco allora una palpitante scintillazione vitale che pur rientra in un’unità ordinata e totalizzante: la molteplicità nell’unità, che accomuna anche la durata dell’essere nella realtà e il lento passaggio dei giorni e dei sentimenti.
L’idea dell’intreccio, della relazione dinamica che lega persone, cose, esperienze e perfino la luce e l’ombra è fondamentale nel percorso di Marina Bindella, che potrebbe far sua questa riflessione di Piero Dorazio: “La nostra esistenza non ha una posizione in una prospettiva, come in un presepio, è un filo di una fittissima e complessa, delicata trama di rapporti dove anima e corpo, psiche e materia, ragione e follia, si contendono il predominio del tempo che ci è concesso. Lo spazio che ci circonda non è più concavo, è diventato di nuovo piatto come il “chip” di un computer, o convesso; non è più vuoto e arioso, ma è pieno di aerei, di satelliti, di messaggi, di attività”. Negli atomi di segni e colori intrecciati da Marina Bindella, pulsanti e luminescenti come quasar ma anche in movimento armonico come gli uccelli che volano in stormi unitari eppur sempre diversi, c’è l’aspirazione a cogliere il volgere delle ore, dei giorni e dei sentimenti che trascorrono e si consumano con le loro scie di luce.

Gabriele Simongini

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