Daniela Fonti – àpeiron – 2017

 In Testi Critici

àpeiron.
Traslitterazione del gr. ἄπειρον «illimitato, indeterminato, infinito». Termine con cui Anassimandro designa il principio (ἀρχή) di tutti gli esseri, ingenerato e imperituro, da cui ogni definita realtà particolare deriva e in cui si dissolve alla fine di ogni ciclo cosmico. (dal Dizionario filosofico Treccani).

Emerge dalla nebulosa dei miei ricordi di primo liceo – davvero un àpeiron anche loro – il nome del filosofo greco Anassimandro con le sue speculazioni sull’origine del cosmo che tanto ci affascinavano da ragazzi. Il concetto di àpeiron riguarda essenzialmente la sostanza materiale del mondo, l’origine prima di ogni forma sensibile che, per un atto inconoscibile e di cui il filosofo non dà spiegazione, dà luogo alla sua frammentazione in particelle e alle successive aggregazioni destinate a formare le singole individualità. Si comprende come questa concezione dell’ ἀρχή (arché) abbia affascinato Marina Bindella e non solo per le sue frequentazioni del pensiero e della letteratura antica (ricordiamo che è giunta relativamente tardi alla pittura e all’incisione, dopo un denso iter di studi storico-artistici); da subito i suoi lavori – ricchi di assonanze cosmiche – hanno assegnato all’interrogazione del segno la capacità di rendere visibile la sostanza immateriale della luce e le sue incessanti trasformazioni. Luce e segno sono i due poli sui quali fin dall’origine si è articolato il suo lavoro nell’incisione come anche in pittura, con una ricchezza di articolazioni formali apparentemente imprevedibile per chi ha posto limiti severi alla base del proprio lavoro. In ogni suo foglio, ogni volta e ogni volta in modo diverso, è come se prendesse corpo un accidente luminoso, il raggio obliquo che per un attimo svela l’incessante danza delle infinite particelle cosmiche, il ritmo occulto che accompagna l’aggregarsi e il disgregarsi di remotissimi corpi celesti, la musica inudibile del cosmo; fragile e tenace al tempo stesso, la trama segnica che sostanzia le sue opere mi è sempre apparsa, davvero, quel minimo che ci può essere per rendere percepibile un vuoto riempito di luce. Vuoto da intendersi non solo in senso fisico, ma forse anche mentale, emotivo e perché no etico.

Presentando nel 2014 un suo lavoro grafico, Passo di cometa IV per il Club 365 della Galleria Arte e Pensieri, rinnovavo il mio stupore nel constatare come il suo lavoro abbia esibito fin dagli esordi una consapevolezza dei propri strumenti, una compiutezza formale, un rigore di ricerca, una qualità così alta negli esiti da lasciar credere che l’apprendistato si fosse svolto, per così dire, più interiormente che nella disciplina dell’affinamento dei propri strumenti operativi; un apprendistato, insomma, fatto piuttosto di riflessioni e pensieri che di atti, di prova e riprova, percorso che appare però assai conseguente in un’ artista che associa costantemente la riflessione teorica agli esiti, anche casuali, verso i quali la può condurre il suo lavoro in un incessante gioco dialettico. Bindella, scrivevo, è come se scoprisse, facendo e rinnovando ogni volta la gioia e lo stupore della sorpresa, quella forma, quelle trame che già sa che esistono, dapprima chiare nella sua mente ma poi vive anche sui supporti delle carte e delle tavole. E queste trame, che pure trascrive velocemente sulla carta e sulla lastra con un segno tanto sicuro da non aver del tutto smarrito una motivazione inconscia, sono esse stesse una sorta di àpeiron primordiale, una nebulosa ricca di possibilità, un giacimento inesauribile che alimenta le sue direttrici di ricerca.

Esisteva già in nuce, e chissà da quanto tempo, questo nuovo e per certi versi imprevedibile ciclo di lavori, ammirevole per la sua coerenza e al tempo stesso sorprendente per un notevole tasso di spericolatezza e sperimentalità. Mi riferisco ad alcuni processi di natura meccanica che si lasciano decifrare chiaramente nelle opere e per i quali Bindella si è arrischiata ad abbandonare il pieno controllo manuale dei suoi mezzi espressivi per includere alcuni processi di stampa. Frammenti di passi di filosofi antichi allusivi all’idea di energia cosmica e di perenne trasformazione espresse da Anassimandro vengono “prelevati” dal dizionario e riprodotti a stampa sulle tavole preparate a gesso che, per la loro stessa configurazione ricordano la pagina scritta (quando non rinviano alle tavole della Legge mosaica). Nella costruzione del ciclo si ha modo di cogliere una certa sequenza temporale, che non so se in realtà si rispecchi nella reale cronologia dell’esecuzione; le colonne del testo a stampa si sovrappongono, slittano le une sulle altre o sfumano fino a raggiungere quell’effetto di nebulosa segnica, in analogia a quella cosmica, che era nelle intuizioni dei filosofi antichi. Interviene poi il gesto fisico dell’artista che torna ad appropriarsi pienamente dell’opera e che accentua questo senso di lontananza e indeterminatezza che concettualmente rinvia all’oscurità di quelle antiche riflessioni filosofiche, come alla loro distanza temporale dalla nostra contemporaneità. Nel passaggio dall’una all’altra tavola la struttura dell’opera si fa progressivamente più densa e complessa; si creano, come è spesso nelle immagini create da lei, quegli effetti di affioramenti e profondità, quegli addensamenti di ombre, quel risucchiare le trame verso il buio o farle emergere nella luce, quegli sconfinamenti fra scrittura e pittura così affascinanti e propri del suo lavoro grafico e incisorio. Sussiste tuttavia la fedeltà all’idea prima che ha dato origine al ciclo, perché nel segno proprio con cui l’artista riempie gli spazi lasciati liberi dalla stampa non si registra l’abbandono pieno ad una totale libertà espressiva (come pure era lecito attendersi); in una sorta d’ipnosi grafica Marina ritrascrive quella parola archetipica, àpeiron, della quale riconferma la natura concettuale ma anche iconica.

Anassimandro, di cui è stupefacente la modernità di pensiero e la capacità d’intuizione, non ci dice per quale sorta di “peccato originale” àpeiron è condannato al frazionamento della sua indefinibile e illimitata Unità. Forse tale peccato altro non è che la dispersione di un principio sovranamente libero da passioni ed emozioni in una caotica molteplicità di esseri capaci di vagare nello spazio, provare gioie, dolori e morte. E la sua divina permanenza, che alla fine del ciclo cosmico si ricrea, è il fragile barlume di una speranza di ricomposizione, l’auspicio impossibile per l’uomo di una vita affrancata dall’insensatezza della morte.

Daniela Fonti , marzo 2017

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