Daniela FONTI – A&P 2014

 In Testi Critici

Un vuoto riempito di luce

Marina Bindella è giunta relativamente tardi alla pittura e all’incisione, dopo un denso iter di studi storico-artistici. Ma – sorprendentemente – il suo lavoro ha esibito subito una consapevolezza dei propri strumenti, una compiutezza formale, un rigore di ricerca, una qualità così alta negli esiti da lasciar credere che l’apprendistato si fosse svolto, per così dire, più interiormente che nella disciplina dell’affinamento dei propri strumenti operativi; un apprendistato, insomma, fatto piuttosto di riflessioni e pensieri che di atti, di prova e riprova, che appare però assai conseguente in una artista che associa costantemente la riflessione teorica agli esiti, anche casuali, verso i quali la può condurre il suo lavoro in un incessante gioco dialettico. Bindella, insomma, è come se scoprisse, facendo, e rinnovando ogni volta la gioia e lo stupore della sorpresa, quella forma, quelle trame che già sa che esistono, dapprima chiare nella sua mente ma poi vive anche sui supporti delle carte e delle tele.

Con qualche forzatura, ma legittima in una raffinata storica dell’arte come lei, è come se, alla maniera del “levare” di Michelangelo, togliesse incidendo la lastra, quella materia opaca che impedisce alla forma di rivelarsi; è come sé, alla maniera di Pellizza da Volpedo, liberasse la sostanza inerte dei colori nel tubetto per sfidare la Natura, emulando sulla tela la qualità irraggiungibile della luce del Sole; è come se, alla maniera di Paul Klee, liberasse il segno dalle scorie ingombranti e dolorose della vita, fino a fargli assumere la verità assoluta ma immateriale del sogno. Luce e segno sono i due poli sui quali fin dall’origine si è articolato il suo lavoro nell’incisione come anche in pittura, con una ricchezza di articolazioni formali apparentemente imprevedibile per chi ha posto limiti precisi alla base del proprio lavoro. In ogni suo foglio, ogni volta e ogni volta in modo diverso, è come se prendesse corpo un accidente luminoso, il raggio obliquo che per un attimo svela l’incessante danza delle infinite particelle cosmiche, il ritmo occulto che accompagna l’aggregarsi e il disgregarsi di remotissimi corpi celesti, la musica inudibile del cosmo; fragile e tenace al tempo stesso, la trama segnica che sostanzia le sue opere è davvero quel minimo che ci può essere per rendere percepibile un vuoto riempito di luce.
Daniela Fonti

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